Nel 2025 il mercato azionario corre e la capitalizzazione tocca in Italia il record storico di 1.077 miliardi spinta dal rialzo dei corsi, nonostante il numero di società quotate sul mercato regolamentato sia sceso sotto le 200 unità. Sono alcuni dei numeri chiave presenti nel rapporto “Capital Markets in Italy”, pubblicato il 3 febbraio dalla Consob, l’autorità italiana per la vigilanza dei mercati finanziari, che segnala l’indifferibilità di misure, regolamentari e non, atte ad incoraggiare lo sviluppo dei mercati dei capitali.
Lo studio mette in evidenza alcune delle dinamiche strutturali del mercato italiano in un contesto di crescente concentrazione del mercato, dove la capitalizzazione delle prime dieci società su Euronext Milan, il listino principale di Piazza Affari, rappresenta il 55% del totale rispetto al 37% nel 2015. Dal 2010, inoltre, il rapporto stima che l’impatto del flusso di ammissioni e revoche (delisting) sul mercato italiano è stato negativo per circa 96 miliardi, di cui 72 nell’ultimo quinquennio. Il fenomeno del “delisting” è certificato anche da un recentissimo studio di Assonime intitolato “L’evoluzione della governance delle società quotate e le raccomandazioni del Comitato” che valuta come per effetto della migrazione di importanti gruppi industriali verso l’estero, l’incidenza delle società non finanziarie si sia ridotta accentuando la polarizzazione del mercato verso SOE (state-owned enterprises), banche e assicurazioni. Alla luce di queste evoluzioni, e secondo Consob, la Borsa in Italia continua a mostrare dimensioni non in linea con le potenzialità dell’economia del Paese: rappresenta, infatti, solo lo 0,8% del mercato azionario mondiale, nonostante il PIL italiano valga oltre il 2% di quello globale. A livello di scelte di investimento, l”incidenza delle azioni quotate sul totale degli attivi finanziari è pari al 3% in Italia, rispetto al 5% dell’area dell’euro e al 31% degli Stati Uniti e l’elevata ricchezza finanziaria delle famiglie italiane (oltre 6.000 miliardi a giugno 2025) è per il 26% rappresentata da contante e depositi: un valore significativo se comparato con il dato degli Stati Uniti (11%), ma comunque inferiore alla media dell’area euro (32%). La porzione allocata in bond risulta superiore alla media dell’area euro (8% contro 3%), mentre il 19% è collocato in prodotti assicurativi e previdenziali, quota inferiore a quanto osservato nell’area euro (27%) e negli Stati Uniti (28%). In aggiunta, l’industria domestica del risparmio gestito mostra ancora dimensioni contenute rispetto alle potenzialità dell’economia nazionale, attestandosi al 70% del PIL (valore lontano dai 350% nel Regno Unito, 187% nei Paesi Bassi e 180% in Francia). Gli attivi dei fondi pensione rappresentano invece il 9% del PIL, in linea con Germania e Francia ma ancora sottodimensionati rispetto a Paesi Bassi (146%) e Svezia (51%). Il rapporto cita anche private equity e private debt, che sono diventati componenti chiave dei mercati dei capitali: in Italia – lo studio usa dati AIFI – il settore è cresciuto nella prima metà del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024 del 17% in termini di cifre investite e del 24% come numero di operazioni.

